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giovedì 30 novembre 2017

Leggere Jane Eyre a ventinove anni. Una riflessione.

Credo fortemente nelle condizioni che favoriscono e spianano al lettore la strada per scoprire e conoscere un certo titolo, classico o contemporaneo che sia, incensato di lodi o più incline a muovere passi felpati nelle lande letterarie. Credo che entrino in gioco forze determinanti e di natura varia, talvolta persino inafferrabile, e che tali forze s'attacchino come adesivi ai bisogni del cuore, dotato di sua propria e non trascurabile intelligenza. Guai a costringersi o a cedere la facoltà della scelta ad altri. 
Un libro chiede l'attenzione diretta ed esclusiva dell'interessato, o al massimo accetta la benevolenza di una guida, che comunque si attiene al suggerimento e non prevarica. 
Così a ventinove anni mi decido a sistemare frettolosamente i bagagli e a partire per Thornfield, senza informazione alcuna ma con la vispa curiosità di assaporarne l'avventura e il mistero. 
E la magia si compie ancora, come la prima volta e, anzi, con una bellezza resuscitata a nuova luce. 
Perdermi nei paesaggi della Bronte, con quelle colline sempre fisse all'orizzonte, stagliate contro l'azzurro della volta o la coltre plumbea della pioggia “a torrente”, mi restituisce gioie intense che consideravo ormai sfibrate dal tempo e pertanto irrecuperabili. Restare ore a contemplare i colori delle cose, i loro danzanti chiariscuro, come fa Jane quando sgattaiola sul tetto dell'imponente tenuta, mi concede di respirare quella libertà strapazzata dalla frenesia del quotidiano. In un certo senso, sono Jane io stessa. Morigerata e quasi banale fuori, ma infiammata dall'impeto della vita dentro, imbevuta di sogni e fantasie non meno concrete della realtà tangibile (sebbene poi qualcuna di queste fantasie porti a una crudele e disastrosa illusione). Sono prossima alla metà del romanzo e già sento di volerlo eleggere rappresentante sublime di questo mio tempo interiore, della voce dei miei pensieri e sentimenti presenti. D'altro canto è qui che giace l'eternità di un'opera letteraria, proprio in questa sua dote di prosciogliere l'anima dalle colpe e dai rimpianti, di esfoliarla dagli strati di superficie per raggiungerne l'essenza vera e disadorna. A ventinove anni, leggere Jane Eyre significa tornare dalla tomba e lasciarsi scuotere dal vento della vita senza ribellione, tormenta o lieve brezza che sia. Significa riadoperare il senno, rivalutare la grazia e l'introspezione, rientrare nell'officina del carattere per levigarlo dove abbiamo dimenticato. E innamorarsi, certo. Non saprei dire ancora con precisione di cosa, ma sicuramente di un soggetto universale, di un destinatario che abita l'infinito. 

Pag. 177, Rochester.

«Credete che tutta l'esistenza si svolga nella calma in cui è fluita finora la vostra gioventù. Navigando a occhi chiusi, con le orecchie ovattate, non vedete le rocce aguzze nel letto della corrente, né sentite i marosi ribollire ai loro piedi. Ma ricordate le mie parole: un giorno raggiungerete un punto difficile, in cui tutta la corrente della vita si frangerà in vortici fragorosi, in schiuma e strepito: verrete allora sbattuta contro le rocce, o sollevata e trasportata da una forte ondata in una corrente più calma – come accade a me ora.»

2 commenti:

Simo ha detto...

Mi hai fatto venire una voglia matta di rileggerlo!!

AnitaBook ha detto...

Lo sto letteralmente divorando Simo! Non credevo di poter immedesimarmi tanto nella scrittura della Bronte. Forse il mio Libro preferito in assoluto, malgrado percepisca la spiacevole sensazione di essere prossima a qualche rivelazione nefasta.