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mercoledì 7 novembre 2018

✨ NOVEMBRE IN FANTASY ► Ep. 4: 10 Incipit Fantastici



Buongiorno miei amatissimi amici lettori!
Per il IV episodio del nostro mese fantastico, ho pensato di rivolgermi agli incipit delle opere più rappresentative del genere. Ne ho selezionati dieci, ma sono molti, molti di più (come sempre, il resto dell'esplorazione lo lascio a voi). L'avvio di un romanzo spesso è il fattore primo di un imprinting tra autore e lettore, pertanto dare una sbirciatina alle righe introduttive delle storie più lette e venerate del fantasy potrebbe accendere in voi la scintilla per nuovi e indissolubili legami. Buona lettura!

1. La Saga di Terramare di Ursula K. Le Guin

L’isola di Gont, costituita da un’unica grande montagna che eleva la sua vetta un miglio sopra il tempestoso Mare di Nord-Est, è una terra famosa per i maghi. Dai villaggi sparsi nelle sue alte valli e dai porti affacciati sulle baie anguste e cupe più di un abitante partiva alla volta delle città per offrire i suoi servizi di stregone ai Lord dell’Arcipelago, oppure, avido di avventure, preferiva vagabondare di isola in isola, praticando arti magiche, per tutto il Terramare.
Di costoro si dice che il più grande, e senz’altro il viaggiatore più instancabile, fosse un uomo chiamato Sparviere, che nei suoi giorni mortali divenne Signore dei Draghi e Arcimago. La sua vita è narrata in Le gesta di Ged e in molte canzoni, ma questo libro racconta dei tempi che precedettero la sua fama, prima che venissero composti poemi e ballate.



2. La Ruota del Tempo. L'Occhio del Mondo di Robert Jordan 

Di tanto in tanto il palazzo tremava ancora e la terra brontolava nel ricordo e gemeva come se volesse negare l’accaduto. Dagli squarci nelle pareti entravano raggi di sole che facevano scintillare il pulviscolo sospeso nell’aria. Segni d’incendio sfi­guravano pareti, pavimenti, soffitti. Larghe macchie nere chiazzavano le vernici e le dorature screpolate di affreschi un tempo vividamente colorati; un velo di fuliggine ricopriva fregi devastati, raffiguranti uomini e animali che sembrava avessero provato ad allontanarsi, prima che la furia si calmasse. C’erano cadaveri dappertutto: uomini, donne e bambini abbattuti, mentre tentavano la fuga, dai fulmini che avevano colpito ogni corridoio, oppure raggiunti dall’incendio o travolti dalle pietre del palazzo, volate in cerca di bersaglio, quasi vive, prima che la quiete tornasse. Come bizzarro contrappunto, arazzi e quadri pittoreschi, veri capolavori, erano rimasti intatti, tranne in qualche punto, dove le pareti rigonfie li facevano pendere di traverso. I mobili finemente lavorati con intarsi d’avorio e d’oro erano ugualmente integri, eccetto dove il pavimento, sollevandosi, li aveva ribaltati. Lo sconvolgimento della mente aveva colpito al cuore, senza toccare le cose marginali.
Lews Therin Telamon vagava nel palazzo, tenendosi in equilibrio quando la terra sussultava. «Ilyena!» gridò. «Amore mio, do­ve sei?» L’orlo del mantello grigio chiaro strusciò nel sangue quando Lews scavalcò il corpo d’una donna dai capelli biondi, la cui bellezza era segnata dall’orrore degli ultimi istanti di vita e i cui occhi erano ancora sbarrati nell’incredulità. «Dove sei, moglie mia? Dove vi siete nascosti tutti quanti?»

3. Le Nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley 

Ai miei tempi mi furono dati diversi nomi: sorella, amante, sacerdotessa, maga, regina. In verità mi è toccato in sorte di essere una maga e forse verrà il giorno in cui bisognerà conoscere questa storia. In tutta sincerità credo che spetterà ai Cristiani raccontare la versione finale, poiché il mondo di Faerie è sempre più lontano da quello in cui regna Cristo. Non ho alcunché contro di lui, soltanto contro i suoi sacerdoti, che chiamano demonio la Grande Dea e negano che abbia mai regnato in questo mondo. Anzi, affermano che il suo potere è il potere di Satana. Oppure la avvolgono nella veste celeste della Signora di Nazareth – anche lei dotata di un suo potere, peraltro – proclamandone la verginità. Ma cosa può saperne una vergine del dolore dell’umanità?
E adesso che il mondo è cambiato e Arthur – mio fratello e amante, che è stato re e sempre lo sarà – giace morto nell’Isola Sacra di Avalon (il popolo dice che sta dormendo), occorre che la storia venga narrata com’era prima che i preti del Cristo Bianco la ammantassero con i loro santi e le loro leggende.
Come ho detto, il mondo è cambiato. Una volta un viaggiatore di buona volontà, con la conoscenza di qualche segreto, poteva spingere la propria barca nel Mar dell’Estate e arrivare non a Glastonbury dai monaci ma all’Isola Sacra di Avalon, giacché all’epoca i cancelli tra i due mondi si confondevano nelle nebbie ed erano sempre aperti per l’uomo saggio e determinato. Poiché questo è il grande segreto, noto a tutti i sapienti dei nostri tempi: il mondo intorno lo creiamo noi stessi con i nostri pensieri, e ogni giorno lo rinnoviamo.
Ma adesso i preti, convinti che tutto questo minacci il potere del loro Dio, che ha creato il mondo affinché nulla potesse mutare, hanno chiuso questi cancelli (che non furono mai cancelli, se non nella mente angusta degli uomini) e la strada conduce soltanto alla loro Isola, che hanno salvaguardato con il suono delle campane delle loro chiese, cacciando via tutti i pensieri sull’altro mondo, relegato nelle tenebre. E dicono che quel mondo, se mai esiste, appartiene a Satana ed è la porta dell’inferno, se non l’inferno stesso.

4. La Via dei Re di Brandon Sanderson 

Kalak aggirò una sporgenza rocciosa e si arrestò barcollando davanti al corpo di un tuonoclasta morente. L’enorme bestia di pietra giaceva sul fianco, con delle protuberanze simili a costole che le spuntavano dal petto incrinate e rotte. Quella mostruosità aveva una forma vagamente scheletrica, con arti innaturalmente lunghi che sporgevano da spalle granitiche. Gli occhi erano dei punti rosso intenso sul volto a cuspide, come creati da un fuoco che ardeva in profondità dentro la roccia. Sbiadirono.
Perfino dopo tutti questi secoli, vedere un tuonoclasta da vicino faceva rabbrividire Kalak. La mano della bestia era lunga quanto un uomo. Kalak era stato ucciso da mani come quelle in precedenza, e non era stato piacevole.
Naturalmente, morire di rado lo era.
Aggirò la creatura, muovendosi con estrema cautela per il campo di battaglia. La pianura era un luogo di roccia e pietra deformate, con pilastri naturali che si levavano attorno a lui e corpi sparpagliati sul terreno. Poche piante vivevano qui.
Le balze e i cumuli rocciosi riportavano numerose fratture. Al­cune erano sezioni frammentate e segnate da esplosioni, dove i Vincolaflussi avevano combattuto. Meno di frequente superava delle depressioni incrinate e dalla forma bizzarra dove i tuonoclasti si erano strappati via dalla roccia per unirsi alla mischia.
Molti dei corpi attorno a lui erano umani; molti no. Il sangue si mescolava. Rosso. Arancio. Violetto. Anche se nessuno dei corpi attorno a lui si agitava, un brusio indistinto di suoni aleggiava nell’aria. Gemiti di dolore, urla di sofferenza. Non sembravano suoni di vittoria. Del fumo si levava dall’occasionale chiazza di vegetazione o da cumuli di cadaveri che bruciavano. Perfino alcuni pezzi di roccia ardevano. I Polverizzanti avevano fatto bene il loro lavoro.
Ma io sono sopravvissuto, pensò Kalak, la mano contro il petto mentre si affrettava verso il luogo d’incontro. Sono sopravvissuto davvero questa volta.
Ciò era pericoloso. Quando moriva, veniva rimandato indietro, senza scelta. Ma anche quando sopravviveva alla Desolazione sarebbe dovuto tornare indietro. Nel luogo che temeva. Nel luogo del dolore e del fuoco. E se avesse deciso semplicemente... di non andare?
Pensieri pericolosi, forse traditori. Affrettò il passo.

5. Malice. La Guerra degli Dei di John Gwynne 

Le foglie morte del bosco crocchiavano sotto i piedi di Evnis e il suo fiato produsse una nuvoletta mentre sussurrava un’imprecazione. Deglutì. Si sentiva la bocca asciutta.
Era spaventato, doveva ammetterlo, ma chi non lo sarebbe stato? Ciò che stava per fare quella notte l’avrebbe reso un traditore del suo re. E non solo.
Si fermò per un istante e si guardò alle spalle. Oltre il bordo della foresta riusciva ancora a vedere il circolo di pietre e, dietro le mura di Badun, la sua casa, con la sagoma illuminata d’argento nel chiaro di luna. Sarebbe stato così semplice voltarsi, tornare indietro e scegliere un cammino diverso per la sua vita. Sentì un momento di vertigine, come se si fosse trovato sul bordo di un abisso immenso e il mondo sembrasse rallentare, in attesa del risultato della sua decisione. Ora che sono arrivato fin qui andrò fino in fondo. Alzò gli occhi verso le chiome degli alberi, un muro d’ombra impenetrabile; si strinse il mantello attorno al corpo e si addentrò nell’oscurità.
Per un po’ seguì la via dei giganti, la strada lastricata che collegava i regni di Ardan e Narvon. Era in stato di abbandono da molto tempo. Il clan dei giganti che l’aveva costruita era stato sgominato più di mille anni prima e ampi grumi di muschio e funghi proliferavano tra le pietre sgretolate.
Evnis si sentiva troppo vulnerabile su quell’ampia strada, perfino in quell’oscurità, e ben presto scivolò giù lungo l’argine ripido e s’inoltrò tra gli alberi. I rami scricchiolavano sopra la sua testa, il vento sibilava tra le fronde, mentre Evnis avanzava con fatica tra declivi e vallette.

6. La leggenda dei Drenai di David Gemmell

L’araldo drenai attendeva nervosamente davanti alle grandi porte della sala del trono, in mezzo a due guardie nadir che tenevano gli occhi a mandorla fissi sull’aquila di bronzo che spiccava sul legno scuro.
Si umettò le labbra aride con la lingua asciutta e aggiustò il mantello di porpora che gli copriva le spalle ossute. Si era sentito molto sicuro di sé nell’aula del concilio di Drenan, quasi mille chilometri a sud rispetto a dove si trovava in quel momento, quando Abalayn gli aveva chiesto di intraprendere quella missione delicatissima: un viaggio fino alla lontanissima Gulgothir, per rettificare il trattato stipulato con Ulric, signore delle tribù nadir. Bartellus lo aveva aiutato a redigere i trattati e per due volte si erano recati insieme alle trattative svoltesi nella Vagria occidentale e nel Sud, a Mashrapur. Tutti comprendevano che i commerci erano importanti e che era necessario evitare quel salasso economico su vasta scala che si chiamava guerra, anche Ulric lo avrebbe capito. Effettivamente, il condottiero dei Nadir e il suo esercito avevano saccheggiato tutte le nazioni delle pianure settentrionali ma, a dire il vero, quella gente aveva dissanguato il suo popolo per secoli con tasse e incursioni militari: erano stati loro a piantare i semi della loro stessa distruzione.
I Drenai erano diversi. Avevano sempre trattato con i Nadir dimostrandosi educati e cortesi. Abalayn in persona aveva visitato due volte Ulric nella sua tendopoli del Nord e aveva ricevuto un’accoglienza degna di un re.
Bartellus, però, era rimasto sconvolto dalla distruzione che aveva visto a Gulgothir. I cancelli giganteschi erano stati spazzati via, ma quel fatto non era una grande fonte di sorpresa, tuttavia gran parte dei difensori erano stati mutilati. Nel cortile all’interno del mastio principale c’era una piccola montagnola di mani. Bartellus rabbrividì e cercò di dimenticare quella vista.
Lo stavano facendo aspettare da tre giorni, ma erano sempre stati cortesi nei suoi confronti... gentili, addirittura.
Sistemò di nuovo il mantello, consapevole che il suo fisico magro e spigoloso rendeva ben poca giustizia all’abito da araldo. Prese un fazzoletto di lino e asciugò la fronte. La moglie gli faceva sempre notare che quando si innervosiva la testa cominciava a brillare a causa del sudore. Era un’osservazione che avrebbe preferito fosse stata taciuta.
Fissò di sottecchi la guardia alla sua destra e si trattenne dal rabbrividire. L’uomo era più basso di lui. La testa era protetta da un elmo borchiato e bordato da una striscia di pelo di capra. Il corpo era protetto da una corazza di legno laccato e portava una lancia dalla punta seghettata. Il volto era piatto e crudele. Gli occhi scuri e a mandorla. Se mai Bartellus avesse avuto bisogno di un uomo in grado di tagliare la mano di qualcuno...
Guardò alla sua sinistra... e desiderò di non averlo fatto perché l’altra guardia lo stava fissando. Si sentiva come un coniglio preso di mira da un falco in picchiata e tornò a fissare rapidamente l’aquila di bronzo sulla porta.

7.  Il Nome del Vento di Patrick Rothfuss 

Era di nuovo notte. La locanda della Pietra Miliare era in silenzio, e si trattava di un silenzio in tre parti.
La parte più ovvia era una quiete vuota, riecheggiante, formata da cose che mancavano. Se ci fosse stato del vento, avrebbe spirato attraverso gli alberi, fatto scricchiolare l’insegna della locanda sui suoi cardini e spazzato via il silenzio lungo la strada come vorticanti foglie autunnali. Se ci fosse stata una folla o anche solo un gruppetto di avventori, questi l’avrebbero riempito con conversazioni e risa, il fracasso e gli schiamazzi che ci si aspetta da una taverna nelle buie ore notturne. Se ci fosse stata musica… ma no, ovviamente non c’era alcuna musica. In realtà non c’era nulla di tutto ciò, perciò rimaneva il silenzio.
All’interno della Pietra Miliare alcuni uomini erano radunati a un angolo del bancone. Bevevano con calma determinazione, evitando serie discussioni di notizie preoccupanti. Nel fare ciò essi aggiungevano un piccolo, cupo silenzio a quello vuoto più grande. Formava una sorta di lega, un contrappunto.
Il terzo silenzio non era facile da notare. Se foste rimasti in ascolto per un’ora, avreste potuto cominciare a sentirlo nel pavimento di legno sotto i piedi e nei ruvidi barili scheggiati dietro il bancone. Era nel peso del focolare di pietra nera che tratteneva il calore di un fuoco spento da molto. Era nel lento andirivieni di un bianco panno di lino che sfregava le venature del bancone. Ed era nelle mani dell’uomo che se ne stava lì in piedi a pulire un tratto di mogano che già risplendeva alla luce delle lampade.
L’uomo aveva capelli di color rosso vivo, come fiamma. I suoi occhi erano scuri e distanti, e lui si muoveva con la sottile certezza che proviene dal conoscere molte cose.
La Pietra Miliare era sua, proprio come il terzo silenzio. Era appropriato, dato che fra i tre era il silenzio più grande, che avvolgeva gli altri dentro di sé. Era profondo e vasto come la fine dell’autunno. Era pesante come una grossa pietra levigata dal fiume. Era il paziente suono di fiori recisi, di un uomo che sta aspettando di morire.

8. Ladri di Spade di Michael J. Sullivan 

Hadrian riusciva a vedere ben poco nell’oscurità ma li sentiva – lo schiocco dei ramoscelli, lo scricchiolio delle foglie e il fruscio dell’erba. Ce n’era più di uno, più di tre, e si avvicinavano.
«Non muovetevi», ordinò una voce perentoria dall’ombra. «Avete delle frecce puntate alla schiena e se solo provate a fuggire, vi ritroverete col sedere a terra in men che non si dica». Lo sconosciuto era ancora nell’ombra oscura della foresta, solo un movimento vago tra i rami nudi. «Vogliamo solo alleggerirvi del vostro carico. Obbedite e nessuno si farà male. Fate di testa vostra e direte addio alla vita».
Hadrian si sentì chiudere lo stomaco. Sapeva che era colpa sua. Lanciò un’occhiata a Royce, seduto accanto a lui sulla giumenta grigia, il cappuccio sollevato, il volto nascosto. La testa dell’amico era abbassata e si spostò con un movimento oscillatorio. Hadrian non aveva bisogno di vedere la sua espressione per sapere cosa esprimesse.
«Scusa», mormorò.
Royce non replicò ma continuò a scuotere la testa.
Davanti a loro si innalzava un muro di rami appena tagliati per bloccare il passaggio. Dietro di esso si estendeva il lungo corridoio della strada illuminato dalla luna. Una nebbiolina saliva da avvallamenti e canali, e da qualche parte un ruscello gocciolava sulle rocce. Erano nel folto della foresta sulla vecchia strada meridionale, inghiottiti in una lunga galleria di querce e frassini, i cui rami snelli si allungavano sulla strada, fremendo e schioccando sospinti dal freddo vento autunnale. A circa una giornata di cavallo da qualsiasi città, non vedevano una fattoria da ore. Erano soli, in un posto sperduto in mezzo al nulla; il genere di luogo dove nessuno andava a cercare un corpo.

9. I Giardini della Luna di Steven Erikson

Le macchie di ruggine sembravano disegnare mari di sangue sulla superficie nera e bucherellata del Segnavento di Mock. Vecchio di un secolo, stava accoccolato sulla punta di un’antica picca attaccata in cima alla parete della Roccaforte. Mostruoso, deforme, era stato forgiato afreddo in un demone alato con i denti scoperti in un ghigno beffardo, e si agitava con uno stridio di protesta a ogni folata.
I venti erano contrari il giorno in cui colonne di fumo si levarono sulQuartiere del Topo della Città di Malaz. Con il suo silenzio, il Segnavento annunciò la caduta improvvisa della brezza marina che si inerpicava sulle scabre mura della Roccaforte di Mock, poi, cigolando, riprese vita, quando il caldo respiro del Quartiere del Topo, fitto di fumo e di scintille, passò sulla città fino a lambire le alture del promontorio.
Ganoes Stabro Paran del Casato di Paran si alzò sulle punte per vedere oltre il merlone. Alle sue spalle si ergeva la Roccaforte, un tempo capitale dell’Impero ma ora, da quando era stato conquistato il continente, di nuovo relegata a semplice dépendance del Pugno. Alla sua sinistra, torreggiavano la picca e il suo oscillante trofeo.
Per Ganoes, l’antica fortificazione sovrastante la città era troppo familiare per essere interessante. Questa sua visita era la terza in tre anni; molto tempo prima aveva esplorato il cortile con i suoi ciottoli sbozzati, il Vecchio Maschio – ora una stalla, il cui piano superiore ospitava piccioni, rondini e pipistrelli – e la cittadella dove in quel momento suo padre negoziava la decima sulle esportazioni dell’isola con gli ufficiali del porto. Una buona porzione della cittadella, però, era inaccessibile anche al figlio di un nobile casato; perché era lì che il Pugno aveva la sua residenza, e nelle sue camere interne che venivano condotti gli affari dell’Impero riguardanti l’isola.
Dimenticata la Roccaforte dietro di sé, Ganoes rivolse la sua attenzione sulla città malandata, e sui tumulti che attraversavano il suo quartiere più povero. La Roccaforte di Mock si ergeva in cima a una rupe; una scalinata tortuosa scavata nel calcare della parete permetteva di raggiungere il Pinnacolo. Il salto fino alla città sottostante era di ottanta braccia o più, cui il muro rovinato della Roccaforte ne aggiungeva altre sei. Sul margine della città rivolto verso l’entroterra si trovava il Quartiere del Topo, un’accozzaglia irregolare di stamberghe e di strati di terreno coperti di vegetazione, tagliata a metà dal fiume limaccioso che avanzava lentamente verso il porto. Con la maggior parte della Città di Malaz fra sé e i tumulti, era difficile per Ganoes distinguerne i dettagli, a parte le colonne di fumo nero che crescevano sempre più.
Era mezzogiorno, ma i lampi e il fragore delle esplosioni facevano sembrare l’aria scura e pesante.

10. Il mezzo Re di Joe Abercrombie 

Soffiava un vento crudele la notte in cui Yarvi apprese di essere un re. O mezzo re, perlomeno.
Vento-segugio, lo chiamavano gli abitanti del Gettland, perché snidava ogni fessura e serratura, facendo gemere il freddo mortale di Madre Mare in tutte le case, non importa quanto alte si sollevassero le fiamme o quanto le persone si stringessero insieme.
Prese a strattonare le imposte alle finestre strette delle stanze di Madre Gundring, facendo persino sbatacchiare sui cardini la porta rinforzata in ferro. Stuzzicò le fiamme nel camino e quelle sputarono e crepitarono la loro rabbia; fece allungare ombre unghiute alle erbe che pendevano essiccate e gettò una luce tremula sulla radice che Madre Gundring teneva sollevata fra le dita nodose.
«E questa?»
Non sembrava niente più che una zolla di terriccio, ma Yarvi la sapeva più lunga. «Radice di lingua nera.»
«E perché mai un ministrante dovrebbe cercarla, mio principe?»
«Un ministrante spera di non doverlo fare. Bollita in acqua non può essere vista né gustata, ma è un veleno assolutamente letale.»
Madre Gundring gettò via la radice. «Talvolta i ministranti devono cercare cose oscure.»
«I ministranti devono trovare il male minore» disse Yarvi.
«E soppesare il bene maggiore. Cinque risposte giuste su cinque.» Madre Gundring fece un singolo cenno di assenso e Yarvi arrossì d’orgoglio. L’approvazione della ministrante del Gettland non si guadagnava facilmente. «E gli enigmi nella prova saranno più facili.»
«La prova.» Yarvi si sfregò il palmo ritorto della mano malata con il pollice di quella sana.
«La passerai.»
«Non puoi esserne sicura.»
«Spetta al ministrante essere sempre dubbioso…»
«Ma mostrarsi sempre sicuro» concluse lui per lei.
«Lo vedi? Ti conosco.» Vero. Nessuno lo conosceva meglio, persino nella sua stessa famiglia. Specialmente nella sua stessa famiglia. «Non ho mai avuto un pupillo più sveglio. La passerai alla prima.»

2 commenti:

Letizia ^_^ ha detto...

Il Fantasy non è decisamente il mio genere; fatta eccezione per Tolkien ho tentato un approccio infruttuoso millenni fa con il primo libro della saga di Christopher Paolini. Ma Le Nebbie di Avalon lo lessi, me lo prestò mia sorella che, al contrario di me, amava il genere e Marion Zimmer Bradley in particolare. Bellissimo. Bellissima ambientazione, bellissima atmosfera, storia potente.

thebookhoarder ha detto...

Qui ci sono un sacco di begli spunti per le mie prossime letture fantasy!